Il Cesena al tempo del Var, dove giocare è difficile e arbitrare è inaffrontabile

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Cesena-Juve Stabia è solo una paginetta del libro. La situazione è sfuggita di mano: in Serie C non vedono l’ora che arrivi il Var perché non ne possono più di certi errori. Tutto questo mentre in Serie B e in Serie A non ne possono più del Var. La tecnologia ha risolto il problema del fuorigioco, ma la tassa da pagare è pesante: nei contatti in area per valutare un rigore ormai siamo al lancio dei dadi, mentre per il fallo di mano, il livello è quello dello scambio dei pacchi tra la Campania e la Liguria ad “Affari tuoi”.

Ieri il Cesena ha perso una gara da pareggio e per fare un riassunto sincero di quello che si è visto nel girone di ritorno, va ricordato che nelle ultime settimane aveva recitato il ruolo della Juve Stabia, vincendo gare da pareggio con l’aiuto della buona sorte (l’autogol di Reggio Emilia, il jolly finale di Cremona). Resta il fossato tra il gol annullato a Calò con lo Spezia dopo 5 minuti di video e la frettolosa archiviazione di ieri di un contatto braccio-palla che rivisto mille volte non risolve il dibattito. Il calcio tecnologico impone di spaccare il capello negli episodi dubbi? Allora il capello va spaccato sempre. È difficile giocare in questo modo, anzi allarghiamo lo sguardo: se giocare è difficile, arbitrare è inaffrontabile.

Per il resto, Cesena-Juve Stabia ha detto che quando la partita diventa da mani addosso, si apre il rubinetto della doccia per Antonucci e Berti, mentre Tavsan quando gioca così bene fa quasi rabbia pensando ad altre uscite a impatto zero. Rimane la crescita di Francesconi, mai così consapevole di se stesso, mentre l’abbraccio tra Klinsmann e Mangraviti dopo l’autogol ribadisce che c’è un gruppo che sa da che parte si rema. Nei suoi pregi e nei suoi difetti, questa è una squadra a cui lo stadio sta volendo bene.

Non è sempre stato così e nei giorni scorsi ce lo ha ricordato una intervista di Adrian Mutu al Telegraph, dove spiccava il passaggio: “Senza la cocaina avrei vinto il Pallone d’Oro”. A Firenze ricordano davvero Mutu come un potenziale Pallone d’Oro, a Cesena invece è il ricordo di un peccato di presunzione, la pretesa di riuscire a motivare un talento ingestibile che non era riuscito a motivarsi al Chelsea. E tutto attorno a Mutu, una squadra sbagliata che lo stadio finì col rifiutare.

Il punto di svolta e l’annuncio del rifiuto in un terribile Cesena-Catania 0-0 (marzo 2012): all’intervallo esce Mutu che non ce la fa più, Beretta fa entrare il 18enne Tommaso Arrigoni e tutto lo stadio applaude. È riduttivo che fosse l’ammirazione per Tommasino, che doveva dimostrare ancora tutto. Quell’applauso era l’annuncio che grazie, ma basta così, il grido di dolore dopo mesi di Mutu, ma non solo. Basta con Rennella, Martinez, Pudil, Cica, Martinho, Rodriguez, Benalouane, Gilnics, Moras, Meza Colli, Popescu, Djokovic. Ora, a parte che se vi ricordate di Gilnics e Popescu ed entrate nello studio dello psicanalista, dopo un minuto si apre la porta ed esce lo psicanalista. A parte che ogni passo di Meza Colli era una lettera di scuse a Piangerelli. A parte tutto questo, quella squadra e quell’elenco di stranieri senza dubbio professionisti e in gran parte professionali è una targa alla memoria, a ricordo imperituro di come non si fa calcio a Cesena.

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