Alluvione un anno dopo, Ironbaldo, la foto virale e i ricordi: «Mi è rimasto in testa l’odore del fango»

San Marino
  • 22 maggio 2024

RIMINI. Un libro autobiografico e una carriera da preparatore paralimpico. Continua a vivere a misura dei suoi sogni Ironbaldo, come lo chiamano gli ammiratori, che è diventato simbolo della resilienza durante l’alluvione per una foto che l’ha immortalato mentre spalava sulla carrozzina. Ma Simone Baldini non è solo l’angelo del fango che nel maggio del 2023 si è distinto come volontario nelle zone alluvionate di Forlì, ma anche ex campione paralimpico e dipendente della “Frassati Facility” di Pesaro. Nato nel Lazio ma residente a San Marino, il 42enne è disabile dal 1997 per un virus al midollo spinale.

Baldini, se il tempo scorresse all’indietro tornerebbe tra i burdel de paciug?

«Milioni di volte. Anzi andrei in ferie per assicurare un sostegno maggiore».

Quella foto l’ha sprofondata nell’occhio del ciclone. Come si è sentito?

«Lo sport paralimpico regala una celebrità di nicchia e una visibilità più discreta rispetto a quella che all’improvviso mi è precipitata addosso. Non mi sono accorto della foto che mi hanno scattato ed anzi ho schivato la troupe della Rai perché ero lì per fare del bene, non a caccia dei riflettori che la mia condizione poteva calamitare. Del resto tengo sempre un profilo basso e sono un po’ orso per natura. Ma quello scatto è diventato virale e quando mi sono fermato dal benzinaio sulla strada di ritorno, per poco il cellulare non è esploso fra messaggi e telefonate a raffica: è stato come finire in una centrifuga».

Trucchi per uscirne indenne?

«Mi ha aiutato a rimanere coi piedi per terra, anzi con le ruote per terra, la capacità di gestire le luci della ribalta quando facevo sport e giravo il mondo. Quanto ai social, non ho mai postato nulla dell’alluvione, perché avrebbe significato speculare sulla sofferenza altrui. Ho condiviso solo l’onorificenza dell’Ordine al merito che il 24 febbraio scorso mi ha conferito per l’impegno profuso il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella».

Cosa non scorderà mai?

«La distruzione che mi circondava ovunque e mi stringeva il cuore. Nel quartiere Cava, dove mi trovavo, l’acqua era alta 4 metri e mezzo e arrivava a metà delle finestre del primo piano. C’era quella sensazione di soffocamento alla gola peggiorata dagli oggetti di tante vite e i ricordi accatastati, scoloriti e inghiottiti dalla melma: dalla lavatrice ai giochi dei bambini passando per gli zainetti da scuola e le conserve di pomodoro. Tutto da buttare. Nient’altro che fango. Sembrava un cimitero, una scena di guerra di quelle che vedi nei film. Sentivi il cuore appesantito non solo la fatica nelle braccia».

Uno sforzo senza fine?

«La sensazione iniziale suonava così ma la gente che passava e ti abbracciava infondeva la forza per continuare. Una pacca sulla spalla, gli occhi lucidi, ognuno ti ringraziava a modo suo e questo clima di fraternità nell’inferno era più forte del resto. So che in altre zone i soccorritori cantavano e la gente ballava, a Forlì invece prevalevano silenzio e sguardi smarriti ma nonostante tutto sentivi la rinascita dietro l’orizzonte».

Quale dei cinque sensi era in allerta?

«Mi è rimasto in testa l’odore acre del fango e quello pungente dell’acqua fuoriuscita dalle fogne ma anche la sensazione di freddo sulle mani o i vestiti irrigiditi dalla melma. Ovunque ti ghermiva un’ombra di freddo, che entrava quasi nelle ossa appena ti avvicinavi alle case, come il buio che spaventa i bambini».

Tra soccorritori siete rimasti in contatto?

«Non direttamente ma l’eco di quella giornata non si è ancora spenta. Quest’anno sono stato contattato da una mamma di Forlì perché la scuola che frequenta suo figlio ha proposto un progetto sui campioni paralimpici e lui si è ricordato di me, come un angelo del fango. Una storia nella storia».

Lei è figlio di un vigile del fuoco che è stato in prima fila nelle principali calamità della penisola, cosa ha provato quel giorno?

«Sentirmi dire che davo la carica agli altri è stato bello. Capitava anche dopo le gare: qualcuno mi confessava che l’avevo ispirato a realizzare un sogno smettendo di accampare scuse perché i limiti stanno solo nella testa o negli occhi di chi guarda. Intendiamoci: non vorrei mai risultare un maestro di vita ma è un privilegio essere uno stimolo positivo per qualcuno».

Sogni nel cassetto?

«Un cassetto non basta (ride, ndr), serve almeno un comò. Entro quest’anno uscirà un libro autobiografico. Ma non è tutto: mi piacerebbe diventare un preparatore atletico a tutto tondo per formare sportivi paralimpici. La certezza è che riuscirei a capire al volo le difficoltà con cui faccio i conti in prima persona».

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