L’embargo alla Russia costa all’export 68 milioni di euro

«Rinnoviamo l’appello alla politica, agli europarlamentari del territorio, di oggi e di domani, affinché si scriva presto la parola fine e si adotti una politica comunitaria tale da fare cessare l’embargo. Il nostro impegno sarà riconquistare le quote di mercato perse a favore di Paesi esclusi dal blocco delle importazioni. Una sfida che non si preannuncia affatto facile» sottolinea la presidente regionale di Confagricoltura.
Così in Emilia Romagna
Nel 2018 l’export regionale ha fatto registrare una perdita di 68 milioni di euro. Penalizzati soprattutto: frutta, ortaggi e formaggi ma anche carne, salumi e insaccati. Così le esportazioni verso la Russia sono crollate da 140 a 72 milioni di euro nel periodo 2013-2018, con una flessione di oltre il 48 per cento. L’embargo si protrae infatti dall’agosto 2014, quando il governo della Federazione Russa ha stabilito il divieto di importazione di molti prodotti agricoli e alimentari provenienti dall’Unione Europea e da alcuni Paesi extra-Ue (Usa, Canada, Norvegia e Australia), come risposta alle sanzioni adottate contro Mosca da parte di Bruxelles per la questione relativa all’Ucraina.
Si può quindi stimare, per difetto, un “costo embargo” complessivo dall’inizio del blocco pari a 300 milioni di euro per l’export di prodotti agricoli e alimentari emiliano-romagnoli.
Il quadro nazionale
Se si sposta l’attenzione sul quadro nazionale, anche le conseguenze economiche per l’Italia sono state pesanti. Nel periodo 2009-2013 - secondo l’elaborazione del Centro studi di Confagricoltura -, il valore delle esportazioni di prodotti agricoli e alimentari verso la Russia era in rapida ascesa (+111%). Più precisamente, da 333 milioni di euro (pari al 1,4% dell’export nazionale complessivo di settore nel 2009) si è passati a 705 milioni di euro (pari al 2,1% nel 2013).
Nel periodo successivo, vigente l’embargo, il valore delle esportazioni di prodotti agricoli e alimentari verso la Russia si è ridotto fino a 381 milioni di euro (2015), per poi tornare a crescere fino a 552 milioni di euro (2018).