Ravenna, l’ex calciatore Max Ferrigno: “Quel pugno rischiò di uccidere anche me, ho chiesto scusa e pagato i miei errori”

Ravenna

Un libro per raccontare come ha ritrovato se stesso, partendo da un errore per arrivare, al termine di un lungo percorso interiore, alla propria rinascita. Questa è l’intenzione di Massimiliano “Max” Ferrigno, protagonista nel novembre del 2000 di un gravissimo gesto che avrebbe cambiato la sua vita e quella di un’altra persona, Francesco Bertolotti.

Nato a Gela, ma cresciuto in Romagna fino ai 14 anni («in Sicilia ci sono stato solo nei miei primi due mesi di vita, poi ho sempre vissuto a Marina di Ravenna»), Ferrigno spiega prima di tutto come mai, a quasi venticinque anni di distanza, ha deciso di parlare dell’episodio nel libro “Soul. Il pugno che mi ha fatto trovare me stesso”, uscito in libreria il 3 marzo. «Alla fine dello scorso anno ho rilasciato un’intervista a un giornalista di un quotidiano sportivo, Sebastiano Vernazza, per una pagina sulla vita dei calciatori terminata la carriera. Dai commenti che ho letto e ascoltato ho avuto la conferma che in tutti questi anni si erano dette e raccontate troppe storie, la maggior parte non vere, sulla vicenda. Quindi ho deciso di scrivere il libro, isolandomi per un mese, dicendo le mie verità, cosa è stato per me quell’episodio e come ho vissuto quell’errore».

Una decisione, questa, che ha attirato anche pesanti critiche, provenienti in particolare dai sostenitori del Modena, con commenti via social molto duri sull’opportunità di scrivere il libro. «Spesso viene dimenticato - riprende Ferrigno - che il mio errore non è stato quello di un “antagonista” del Modena Calcio o dei suoi tifosi. Non sono mai stato quel genere di persona. Non c’è da parte mia il tentativo di riscrivere il passato né la presunzione di chiedere comprensione, ma la storia di qualcuno che ha dovuto affrontare il proprio fallimento e che, attraverso la consapevolezza e il dolore, ha costruito una nuova strada. Una strada che oggi mi porta qui, a raccontare non solo quello che è successo, ma anche ciò che ho imparato».

Da calciatore a manager

Una strada, questa, che ha portato l’ex attaccante di fascia a intraprendere fin da subito, già nel periodo della lunga squalifica, una nuova professione. Dal 2023 Ferrigno dirige il comparto marketing e commerciale del Treviso Basket in serie A, mentre in precedenza, dal 2005 fino al 2018, ha lavorato per l’Udinese Calcio. Inoltre, da alcuni anni gestisce assieme alla moglie Francesca un’azienda di abbigliamento sportivo. «Sono diplomato in ragioneria e amministrazione aziendale e quindi ho utilizzato quanto imparato a scuola per occuparmi di marketing, già a Como dal 2001. Quando tre anni dopo tornai a giocare a calcio, sempre con la maglia dei lariani, mi si era spento tutto dentro. Provai a continuare nella stagione successiva a Perugia, ma a inizio 2005 non riuscivo più a stare in campo e smisi. Quell’episodio e gli anni di squalifica avevano pesato sulla mia vita e avevo iniziato ad avere nuovi interessi, buttandomi appunto in un mondo che mi piace tantissimo e che mi rispecchia nel mio carattere riservato».

Ferrigno, infatti, sente di essere stato un calciatore un po’ anomalo durante la propria carriera. «Da bambino per me esisteva solo il calcio e sono andato via a 14 anni dal mio paese per trasferirmi a Como. Quando sono diventato professionista, nel corso dell’estate il mio desiderio più grande era quello di andare a casa, dalla mia famiglia e dai miei amici, non di andare in vacanza in posti come Ibiza. Devo tantissimo alla società lariana e alla città, che mi ha sostenuto nei miei momenti difficili. Per me Marina di Ravenna significa l’infanzia, il posto dove sono cresciuto, mentre Como è stata la mia seconda famiglia».

Il tribunale dei social

Tornando al libro, soprattutto via social sono piovute tantissime critiche e, in certi casi, anche pesanti insulti. «Questo è il frutto della errata narrazione di come sono avvenuti in realtà i fatti. Io sono stato dipinto come un mostro che ha quasi ammazzato un’altra persona. In pochi hanno scritto che in realtà si è trattato di una grande disgrazia. È vero, è stato l’errore più grande mia vita. Ho tirato un pugno d’istinto, sbagliando, e questo non giustifica in alcuno modo il mio gesto. In tutte le sedi ho ammesso le mie responsabilità, e sempre in tutte le sedi mi è stato riconosciuto che le conseguenze del pugno sono andate ben oltre alle mie intenzioni. Io sui social ho cercato di rispondere a tutti, anche a chi mi offendeva, provando a spiegare come erano andate davvero le cose».

Il periodo vissuto durante la squalifica, però, non è stato quello più duro per Ferrigno. «Proprio in quegli anni ho dovuto affrontare il trauma personale più difficile, quello della morte di mia madre per un tumore. Ciò che stavo vivendo aveva l’effetto di ridimensionare la situazione in cui mi trovavo e ho capito che erano altri i valori più importanti. Non sentivo più quello che dicevano contro di me e in quel momento è uscito l’uomo che non poteva fare nulla. È stato il periodo più duro della mia vita, una cosa che non auguro a nessuno».

In venticinque anni, infine, non c’è mai stata l’occasione per un incontro tra Ferrigno e Bertolotti, in cui l’ex calciatore del Como potesse scusarsi di persona. «Rispetto la sua decisione, ma non si dica che io non ho mai chiesto scusa. L’ho fatto fin dal primo giorno, sia pubblicamente sia privatamente, in tutti i modi. Moralmente mi sento a posto, perché ho pagato quello che dovevo pagare. Più di così - termina Ferrigno - non so cosa posso fare».

Newsletter

Iscriviti e ricevi le notizie del giorno prima di chiunque altro Clicca qui