Ravenna, la bimba non dorme, niente nido. Accolta solo per il part time, i genitori costretti a rivolgersi al privato: «Non è giusto»

BAGNACAVALLO - Vostra figlia non dorme? Allora non possiamo tenerla a tempo pieno al nido comunale. È questa, in sintesi, la risposta che si è sentita dare una coppia di giovani genitori di Villanova di Bagnacavallo, prima dai responsabili della struttura e poi anche dall’Amministrazione comunale, a cui si erano rivolti nella speranza di trovare una soluzione.
Il problema è semplice quanto, a quanto pare, insormontabile: la loro bambina di due anni è restia al sonnellino pomeridiano. Quelle due ore di riposo, che al nido iniziano attorno alle 13, per lei sono un momento di disagio. Mentre tutti i compagni si addormentano, la piccola di cedere alle lusinghe di Morfeo non ne vuole sapere. Si agita, piange, e puntualmente le educatrici chiamano la madre, attualmente in maternità dopo la nascita del fratellino, per andarla a prendere e portarla a casa. «Inizialmente - racconta la mamma - abbiamo cercato una soluzione con le maestre. Avevo proposto che potesse restare in un’altra stanza, magari a giocare, ma ci è stato detto che non poteva stare da sola con l’ausiliaria. L’unica possibilità era lasciarla nel dormitorio, al buio, insieme agli altri bambini. Ma così avrebbe disturbato il sonno degli altri».
La famiglia aveva iscritto la bambina a tempo pieno già da settembre. L’inserimento si è concluso a novembre, ma le difficoltà con il sonno sono emerse da subito. Per questo, d’accordo con le educatrici e con la coordinatrice pedagogica della cooperativa che gestisce il nido, i genitori avevano deciso di sospendere temporaneamente il pomeriggio, con l’intenzione di riprendere a marzo. Nel frattempo, però, la bambina ha iniziato a non dormire nemmeno a casa, se non in rari momenti di stanchezza estrema. Quando a febbraio si è riaperta la questione, durante un nuovo colloquio ai genitori è stato ribadito che non c’erano altre soluzioni: o si riusciva ad abituarla al riposo oppure si doveva valutare il passaggio al part-time. È stato anche suggerito di provare, a casa, a tenerla due ore al buio, simulando l’ambiente del nido. «Ci è stato detto - raccontano i genitori - che per risolvere il problema sarebbe stato necessario assumere un’educatrice in più, ma che non ci sono le risorse per farlo. Inoltre, ci è stato fatto notare che in tutte le strutture gestite dalla cooperativa, un caso simile non si era mai presentato».
A marzo la bambina è tornata a tempo pieno per una settimana di prova. Ma ogni giorno, poco dopo l’ora di pranzo, i genitori venivano contattati per andare a prenderla.
«Abbiamo convenuto con le educatrici - spiegano - che la situazione non era sostenibile: non per la bambina, non per il personale, non per gli altri bambini». Nessuna proposta alternativa è però arrivata. Di fatto, la famiglia si è trovata di fronte a un bivio obbligato: accettare il part-time o ritirare la figlioletta. La scelta è caduta sul part-time, almeno fino a fine anno. Nel frattempo, la famiglia sta cercando una nuova struttura, privata, anche per il fratellino. Quando a settembre la mamma tornerà al lavoro, sottolineano, «la gestione quotidiana sarà insostenibile con un tempo parziale. Ci troveremo costretti a rinunciare a un servizio pubblico per cui avevamo ottenuto un posto tramite bando comunale. E tutto questo per una difficoltà che nessuno ha saputo o voluto gestire».
Oltre al disagio organizzativo, c’è anche quello economico. La nuova struttura sarà lontana da casa - mentre il nido comunale dista appena 300 metri - e più costosa.
Si parla tanto di inclusività e integrazione - dicono i genitori - ma poi non si passa dalle parole ai fatti. Il regolamento del nido non specifica da nessuna parte che un bambino deve obbligatoriamente dormire per poter frequentare il tempo pieno. Eppure, nel nostro caso, è stato esattamente così». La vicenda è stata segnalata anche agli assessori comunali competenti. Ma per ora, nessuna risposta concreta. «Ci auguriamo - concludono - che questa esperienza serva a ripensare un modello più flessibile, più inclusivo, più umano. Perché non tutti i bambini sono uguali. E anche chi ha bisogni diversi dovrebbe trovare un posto nel sistema educativo pubblico».