Simone Bianchetti, il libro a 20 anni dalla morte. "La forza dell'uomo che ci affascina ancora" GALLERY

Venti anni fa moriva improvvisamente ad appena 35 anni Simone Bianchetti (Cervia, 20 febbraio 1968- Savona, 28 giugno 2003), uno dei più grandi velisti oceanici italiani, primo italiano ad aver completato il giro del mondo senza scalo, la Vendée Globe. In questa intervista lo scrittore Fabio Pozzo ricorda il suo rapporto con Simone, con il quale scrisse il libro "I colori dell'oceano" e spiega i contenuti del nuovo libro in uscita oggi dal titolo "Un oceano di sogni".

Fabio, tu hai già scritto un libro insieme a Simone Bianchetti sulla sua vita, uscito nel 2003. Con sua moglie Inbar ne hai pubblicato un altro poco tempo dopo. Perché avete sentito l'esigenza di riprendere ora in mano la storia con "Un Oceano di sogni", pubblicato da TEA (GeMs)?
«Perché ricorrono i vent'anni della sua morte e perché vogliamo ricordarlo. Noi con tutti coloro che lo portano nel cuore».
Come è nato il primo libro, "I colori dell'Oceano»?
«Avevo incontrato Simone alla Regata Rubicon nel 2002, una corsa oceanica per Open 60 che da Lorient in Francia arrivava a Santa Margherita Ligure via Canarie e che aveva visto in gara diversi mostri sacri della vela. Ci eravamo dati appuntamento poi a Savona, dove teneva la barca il suo “Tiscali Challenge” con cui avrebbe fatto l’Around Alone, il giro del mondo in solitaria a tappe. Ricordo bene quel giorno, al bar: “Vorrei scrivere un libro, ma non ci riesco”, mi disse. “Io vorrei scrivere un libro, ma non so su cosa”, gli risposi. Così, decidemmo di scrivere insieme, con l’impegno che se avessimo iniziato poi saremmo dovuti arrivare sino in fondo. Così è nato “I colori dell’Oceano”, che racconta la vita di Simone, il suo sogno di fare il giro del mondo, le sue battaglie per riuscirci. E ci riuscirà, sarà 12° al Vendée Globe, il girotondo col globo in solitaria non stop, primo italiano a portarlo a termine».
Una bella impresa…
«Un’impresa incredibile, soprattutto per un ragazzo di Cervia, che non aveva alle spalle nulla, se non la sua volontà feroce. E che riuscì, ancora non capisco come abbia fatto, a farsi sponsorizzare dai suoi sostenitori con circa un miliardo 250 milioni di vecchie lire».
Avete scritto "I colori dell'Oceano" durante la sua ultima regata, l'Around Alone?
«Sì. Mi chiamava col satellitare dall’Oceano Indiano in piena notte, sentivo il rumore delle onde in sottofondo, magari per rivedere una frase. Purtroppo, quel libro lui non lo ha visto: è morto prima, il 28 giugno 2003, per un aneurisma, dopo il suo giro del mondo. Un immenso dolore».
E come è nata l'idea del secondo?
«Qualche tempo dopo, Inbar, la moglie di Simone, mi aveva chiamato, dicendomi che Simone avrebbe voluto scrivere un altro libro, sulle donne che condividono queste imprese impossibili con i velisti come lui. Voleva raccontare l’altra metà della vela oceanica e avrebbe voluto intitolare il libro “Ho sposato l’Oceano”. Inbar mi aveva chiesto di aiutarla a scriverlo, per raccontare l’ultima regata intorno al mondo del marito e la loro storia d’amore e di vita, breve perché durata solo 8 mesi. Così nasce “Ho sposato l’Oceano”. Era un desiderio di Simone. Ma non era soltanto un impegno con lui. C’era da raccontare il suo ultimo grande giro del mondo, in cui era arrivato terzo e c’era ancora da raccontare il Simone più intimo. Era rimasto nei cuori di tanti, la sua morte prematura non ci aveva dato modo di conoscerlo ancora meglio. Il libro era il modo per rinnovare la sua memoria, oltre a raccontare un’impresa sportiva estrema da un punto di vista diverso».
Ci sono particolari della sua vita che sono poco conosciuti e meriterebbero una maggiore ribalta?
«Io credo che ne “I colori dell’Oceano” lui si sia davvero raccontato tanto. Ha espresso i suoi pensieri, le sue emozioni; raccontato episodi, aneddoti anche molto personali. In questo libro lui è riuscito ad ispirarci, a farci capire che bisogna inseguire quello che si sogna e anche che qualche volta si realizza. E di osare per questo. Ricordo quando mi diceva che avrebbe voluto farsi sponsorizzare dal Vaticano o da Gheddafi. Sono sicuro che ci avrebbe provato. É rimasto qualcosa fuori dalla penna? Probabile. Sicuramente i suoi sogni a venire. Voleva ad esempio far costruire una barca per l’America’s Cup nell’ex Yugoslavia»…
Per molti quella di Simone era una vela che non c'era più nemmeno ai suoi tempi e che lui è un personaggio che avrebbe dovuto nascere 40 anni prima all'epoca di marinai come Moitessier o Tabarly, navigatori coraggiosi, romantici, che affrontavano il mare senza la tecnologia che c'è oggi. Marinai istintivi… Cosa può insegnare oggi l'esempio di Simone?
«Simone, come dice Cino Ricci, era un marinaio d’altri tempi. Nell’Around Alone aveva combattuto contro avversari come Bernard Stamm, ingegneri della vela, già velisti moderni, che sapevano smontare e rimontare il sistema elettronico di bordo. Simone, invece, su Tiscali l’aveva fatto saltare… Era un velista di pancia, d’istinto, un marinaio vero che poteva contare su una volontà e una forza incredibili. Era un velista romantico, un poeta del mare, che cercava di vedere il “raggio verde”. Ricci dice nella prefazione di “Un Oceano di sogni” che era un grande marinaio, un sognatore, ma non un velista nel senso più moderno del termine. E che per diventarlo sarebbe dovuto cambiare come uomo. E aggiunge, che non sa se ci sarebbe riuscito, ma che se così fosse stato noi avremmo di sicuro perso qualcosa. Perché lui ci affascinava proprio per come era. L’insegnamento che ce ne viene? Ci si può migliorare, sempre, ma la nostra forza è quella che abbiamo dentro, per come siamo, che non deve per forza essere come quella che hanno o dicono gli altri. E che ce la si può fare anche se si è underdog come era lui».
Simone dovette lottare tanto per poter coronare il sogno di fare il navigatore solitario, rischiando la pelle e il portafoglio. Se fosse nato in Bretagna sarebbe cambiato qualcosa?
«Be’, oggi la vela oceanica sta vivendo un momento magico in Italia, abbiamo dei velisti che davvero si distinguono sugli Oceani. Ma anche sponsor, cantieri, progettisti. Vent’anni, venticinque anni fa partire dall’Italia per l’Oceano era un handicap. E lo era ancora di più partire dalla Romagna, che aveva una tradizione marinara e cantieristica, ma sicuramente in scala minore rispetto a quella del Tirreno. Simone è partito da lontano, in salita. Viveva in auto, teneva le sue cose in un container alla Rochelle, combatteva contro tutto e tutti. Deve aver fatto una fatica bestiale. Fosse nato in Bretagna la salita sarebbe stata sicuramente più dolce. E non sarebbe venuto su, velicamente parlando, come dice Cino, “con le ciabatte”.»
Quale delle sue navigazioni ha mostrato più di altre le sue qualità di marinaio?
«Tutte le sue navigazioni sono state a prova di marinaio. Dai tredici giorni legato alla barra del timone dell’Ostar perché aveva il pilota automatico in avaria all’arrivo a Newport dell’Around Alone con l’albero che aveva rotto a 80 miglia dal traguardo e che aveva riparato con un armo di fortuna, per non mollare».
Il suo è un mondo ormai completamente perso o può restare in qualche angolo di questa società globale, ultramoderna e ultraconnessa?
«Simone è memoria, ricordo, esempio ancora per molti. Ho incontrato anni fa un ragazzo su una barca in Sardegna che aveva una copia de “I colori dell’Oceano” con sé, consumata, consunta, sottolineata e che quasi sapeva recitare a memoria. Simone aveva una sua poesia, e non parlo solo di quelle che scriveva e che come dice ancora Cino, capiva solo lui, metteva dove capitava, anche dove non c’entravano nulla, come "pasticcini nel brodo". Per me era il ragazzo che leggeva Conrad, che si onorava di essere nato lo stesso giorno di Slocum, che guardava le navi passare dalla finestra del collegio navale, che sognava di andare oltre l’orizzonte. La forza di quest’immagine va oltre le epoche, le tecnologie, i social e tutto il resto. È la forza dell’uomo. È per questo che ci ha affascinato e ci affascina ancora».

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